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Archivio Ottobre 2005

L’Isola delle Fate.

31 Ottobre 2005 8 commenti


Per tutti coloro che hanno amato Trilly, la fatina di Peter Pan, è in arrivo una notizie stuzzicante: sull?Isola che non c?e?, esiste una baia ove lei e altre piccole fate vivono mille, fantasiose avventure.
La Disney lancia, così, un nuovo divertente fumetto, che esce in concomitanza con un libro illustrato dal titolo ?Trilly e l?Isola delle fate? e che precede un lungometraggio che vedrà la luce nel 2007.
Il fumetto si intitola ?Fairies? e ci racconta le avventure di queste piccole fate, che vivono in un universo poetico e fantasioso, contrapposto a ?MondoFermo?, così come viene chiamata la Terra, dagli abitanti dell?Isola che non c?e?.
Ogni fata ha un suo talento specifico: Trilly aggiusta pentole, Beck capisce il linguaggio degli animali, Rani conosce i segreti dell?acqua, Fira sa tutto sui fiori, Vidia vola veloce e, infine, Prilla?piccola fata, nata da una risata strozzata, che scoprirà il suo talento con il tempo.
E? così che ogni fata si realizzerà, non omologandosi alle altre; ma bensì scoprendo ciò che la rende unica e ?diversa? dagli altri!
Un fumetto adatto ai più piccoli; ma che farà sognare e divertire anche i Grandi che non hanno perso la voglia di volare sulle ali della fantasia.

Buon Halloween a tutti…;)

I Sabba: 31 Ottobre, ShAmAiN.

26 Ottobre 2005 8 commenti


Parliamo oggi dei Sabba, le 8 festività del calendario celtico ( seguito dalla Wicca), in cui vengono celebrati equinozi, solstizi e le varie ricorrenze legate ai cicli naturali.
Celebrare i sabba significa entrare in sintonia con la Natura, creare un equilibrio tra il mondo fisico e quello spirituale, vivendo le nostre esistenze nel Presente.

31 Ottobre: Shamain

Il primo sabba, celebrato dal calendario wiccan, è quello che cade il 31 Ottobre, da noi conosciuto come Festa di Halloween o Vigilia di Ognissanti.
In molte culture, questa festività si legava alla fine dell?anno e al concetto di Morte, come elemento specifico del ciclo vitale.
La ricorrenza specifica, in questa data, era la celebrazione delle anime defunte, le quali venivano onorate, affinchè avessero un riposo tranquillo e affinché i loro spiriti ricevessero il dovuto, per evitare, come era credenza popolare, che essi vagassero sulla Terra, senza trovar pace.
Come i nostri antenati, anche noi onoriamo e lodiamo i nostri cari defunti, in questo periodo dell?anno, ricordandoli e celebrandoli.

PER CELEBRARE SHAMAIN:

- Accendere una candela sulla finestra, durante la notte?colori: arancione o nero;
- Fare piccole lanterne con zucche vuote, all?interno delle quali collocherete dei piccoli lumini;
- Bruciare incensi all?aroma di alloro, artemisia, salvia e noce moscata;
- Potrete scrivere su un foglio di carta, cattivi pensieri o cattive abitudini di cui vorreste sbarazzarvi, per poi bruciare il tutto;
- Salutate il Sole, dato che si avvicina il periodo più buio dell?anno, augurandogli un buon riposo?
- Costruite un talismano con una pigna: apritela, posatela su un ramo di agrifoglio e legatela con del fil di ferro; spruzzatela con spray dorato e decoratela con nastri rosso scuri.

CIBI:

Durante questa festività si consiglia di cibarsi di cavolo rosso, gnocchi di zucca, soia, barbabietole, mele e melograne?

Curiosità:

Le divinità associate a Shamain sono Ecate, Morrigan, Ade, Persefone e Pan
Le pietre: ossidiana, onice nera, eliotropo, ametista e opale
Le erbe: lavanda, alloro, salvia, noce moscata e artemisia

Buon Shamain a tutti…

Fate e…letteratura!

15 Ottobre 2005 10 commenti


E adesso un po’ di curiosità sulle Fate nella Letteratura…

In origine Peter Pan era una commedia in 5 atti, messa in scena nel 1904 da J.M. Barrie. Dopo il clamoroso successo di essa,egli scrisse Peter Pan nei Giardini di Kensington e, qualche anno dopo, il libro Peter Pan e Wendy.
Nelle opere di Barrie, si trovano descritti esseri fatati, tipici della tradizione scozzese: essi vivono nel Parco, che al calar delle tenebre, dopo la chiusura dei cancelli, diviene il loro regno; sono dispettosi, infantili e vanitosi?tormentano gli intrusi con foglie di agrifoglio e distribuiscono polvere fatata, sui bimbi da loro prescelti, affinché possano volare insieme a loro! Possono anche mostrarsi gentili con fanciulle smarritesi nel parco, costruendo attorno a loro delle magiche casette, dove passare la notte.
Tutti ricordiamo la piccola fata, amica di Peter Pan, chiamata Campanellino o Trilly, a seconda delle traduzioni?il suo carattere brioso e gaio; ma anche possessivo e dispettoso?
Non so se lo sapevate, ma lo stesso Lewis Carroll, autore di Alice nel Paese delle Meraviglie, prima di scrivere la sua opera più famosa, scrisse il racconto Silvie e Bruno, dove si parla di fate.
In esso, lo stesso autore, dopo essersi chiesto quali siano le condizioni favorevoli per poter incontrare le fate, ne incontra una di nome Silvie?

?Prima regola, deve essere una giornata afosa e occorre essere un tantino assonnati?non così tanto, però, da non poter tenere gli occhi aperti! E poi dovreste avere l?impressione di essere un poco fatati?ma se non avete idea di che cosa ciò voglia dire, certo non posso spiegarvelo e dovrete attendere di aver incontrato una fata??

Così incontra Silvie, mentre essa minuscola e vestita di verde cerca di aiutare un coleottero caduto a rimettersi in piedi?alla fine, il coleottero vola via con gran fracasso e anche la fata sparisce; subito dopo, Lewis incontra il fratello di essa, Bruno, molto arrabbiato con silvie perché al mattino non lo aveva lasciato giocare e intenzionato a distruggerle il giardino.
L?uomo tenterà di spiegargli che rivalsa migliore sarebbe stata quella di riordinarle tutto il giardino, piantando nuovi fiori. Il piccolo capisce il senso di queste parole e i due si cimentano nell?impresa, sinchè non giunge la piccola Silvie e lei e il fratellino si chiariscono, sparendo poi insieme nel magnifico giardino!

Per continuare a parlare di fate e letteratura, vi cito un romanzo intitolato Good fairies of New Jork, dove due fate scozzesi di nome Heather e Morag si ritrovano nella Grande Mela. Qua cercano persone con le quali poter vivere e con esse si identificano, intrecciando le fila dei loro destini. Il romanzo è di Millar ed è singolare nel suo inserire credenze popolari sulle fate, all?interno della realtà metropolitana. Per citarne un altro, leggete La Guerra degli Elfi, di Brennan?qui, solo un uomo di nome Henry crede alle fate e proprio lui si troverà fra le mani un tesserino con ali di farfalla, che ben presto lo coinvolgerà in varie avventure. Che dire poi dell?Ape Maia di Bonsels?
In questo racconto, dove si narrano le vicende di minuscoli insetti, l?ape Maia incontra una silfide dei fiori, bionda di capelli e con un vestitino bianco?ella racconterà all?insettino di essere nata da un fiore e che la sua vita durerà solo 7 notti, durante le quali dovrà restare dentro di esso, altrimenti se lo abbandonerà, andrà incontro ad una morte prematura e chi per primo la incontrerà avrà però la possibilità di veder realizzato un suo desiderio??Alle prima luci dell?alba? dice la creaturina ?diventiamo rugida, le piante ci riassorbono e la nostra anima si ricongiunge al regno delle fate??

Ecco questi sono solo brevi esempi, su come diverse sono nella letteratura le interpretazioni e le descrizioni sulle creature fatate?io le trovo comunque affascinanti?via via vi racconterò qualcosa di nuovo, prendendo spunto dalle mie varie letture!

Un bacio fatato da Soleluna.

Fiori bianchi….La fiaba di Fayol!

8 Ottobre 2005 12 commenti


Ringrazio un amico che ha deciso di condividere con tutte noi questo suo scritto…è una dolce, magica fiaba che vi consiglio di leggere con il Cuore!

I fiori bianchi che non muoiono mai…

Francesco era un bambino di undici anni. Sembrava più piccolo della sua età: era bassino ed il suo volto era così delicato che spesso lo scambiavano per una femminuccia. Viveva in campagna e faceva lunghe passeggiate tra i boschi lì intorno casa, facendo finta di essere un indiano e tanti giochi simili. Da quando il nonno gli aveva regalato una bellissima bicicletta rossa, non faceva altro che correre su per i sentieri pieni di buche, tornando a casa una volta con le ginocchia sbucciate, un’altra con le maniche della camicia stracciate e via dicendo, mandando la mamma su tutte le furie.
Ed in bicicletta andava anche a scuola: si svegliava un’ora prima e schizzava per le strade, ma mentre correva non si sentiva per strada… credeva di volare! “sempre più veloce…sempre più veloce” pensava, mentre accelerava mordendosi un labbro. Frequentava la quinta classe e i suoi compagni erano tipi strani, tutti presi dal calcio, dai fumetti, e da tante cose strane che andavano tanto di moda. Ogni giorno, durante la ricreazione, giocavano nel cortile: ma lui veniva sempre escluso, visto che non era un granché come giocatore di calcio e non era bravo negli scambi delle figurine. “Dopo ti facciamo giocare”, gli ripetevano sempre. E lui si rannicchiava sul muretto, dapprima guardandoli, immaginando di essere bravissimo nel loro gioco, capace di fare tripli salti mortali ed arrivare fino alla porta, delimitata da due lattine vuote di aranciata, fare gol e lasciare tutti a bocca aperta mentre si allontanava soddisfatto con mille acrobazie.
Poi però i suoi pensieri cambiavano direzione. Guardando qualcosa, senza neanche capire cosa, immaginava dei fiori che sbocciavano: fiori di tutti i colori, e riusciva persino a sentirne il profumo, delicato come gli stessi petali. Poi parlava con il Sole, raccomandandogli di averne cura, ed il Sole gli rispondeva che prima di ogni cosa, avrebbe pensato ai suoi fiori…
Per il suo onomastico, la mamma preparò una profumatissima torta di mele: lui adorava la torta di mele! Erano tutte lì, intorno a lui, le persone che lo amavano e Francesco sapeva che non era poco: la sua mamma e il suo papà, i due fratelli più grandi e i due più piccoli, e il vecchio nonno. E fu proprio il nonno che dopo i festeggiamenti, aprì la mano, mostrandogli tre piccoli semi. “Cosa sono nonno?” chiese Francesco. Il vecchio fece un dolce e furbo sorriso, li mise nella mano del piccolo… “piantali e vedrai”, e gli strizzò l’occhio. Il bambino rimase sveglio fino a tardi per guardare curioso quei semi, che ora, nella sua piccola mano, sembravano grandi il doppio di quelli che aveva visto nelle grosse ed antiche mani del nonno.
La mattina dopo, come al solito fermò i suoi libri e quaderni con un laccio, e sfrecciò per la strada con la sua bicicletta. Mentre pedalava non poté fare a meno di notare un piccolo pezzo di terra circondata da alberi, era l’unico punto dove arrivava il Sole: intorno era tutta boscaglia, ed evidentemente qualcuno aveva appena potato degli alberi che pendevano come fossero pericolanti. Francesco pensò che sarebbe stato perfetto piantare lì i suoi semi. Non resistette: mandò al diavolo la scuola e lasciò cadere la bicicletta a terra. Come arrivò fu carezzato da un raggio di Sole, che lo convinse ancor di più che quella fosse la casa giusta per i suoi semi, e per qualsiasi cosa essi sarebbero diventati. La terra era umida, perché la notte aveva piovuto: “perfetto!”, pensò sorridendo con gli occhi, mentre con le delicate mani scavava la terra. Poi vi poggiò la guancia, sentendo che aveva il giusto tepore per accogliere ciò che lui desiderava, e vi mise i suoi semi. Li ricoprì, si sdraiò accanto e si addormentò per qualche ora. Quando si svegliò, si stropicciò gli occhi. Poi si ricordò di quello che aveva fatto e, contento, ritornò verso casa.
L’indomani si svegliò prima del solito, con l’intento di passare per un po’ dai suoi semi. Mentre andava in bicicletta vide da lontano un qualcosa di grande e colorato che sembrava essere proprio nel punto in cui aveva piantato il giorno prima i tre semini. E, stavolta lentamente, a bocca aperta, si avvicinò. Mentre camminava, veniva man mano sempre più inebriato da un profumo così buono come non ne aveva mai sentiti. Erano li, già spuntati, i suoi fiori, belli, bellissimi. Il loro stelo lungo e sinuoso si muoveva al vento come danzasse, ed i petali, tanto bianchi da accecare, con la loro forma tondeggiante, emanavano un profumo irresistibile, davvero irresistibile, tanto che Francesco non poté fare a meno di staccarne uno e metterselo in bocca per sentire che sapore avesse. Era vellutata la sua consistenza, ed il suo sapore dolce come quello di una pesca matura, ma più buono ancora, e Francesco sentì come se quel sapore dalla sua bocca percorresse tutto il corpo, fino ad arrivare alla testa. Tutto intorno a lui si offuscò, fino a quando cadde a terra e chiuse gli occhi. Poi li riaprì: all’inizio non capì dove si trovasse, era tutto verde intorno a lui, poi cercò di alzare lo sguardo, ma la luce era troppo forte, socchiuse gli occhi e provò nuovamente: erano i fiori, ora giganti, e lui si trovava in mezzo a loro. Era felice e cominciò a passeggiare: tutto era pieno di luce, una luce calda, come la terra dove il giorno prima aveva poggiato la sua guancia. D’improvviso, sentì dei piccoli versi, che sembravano risa di qualche strano essere… Dagli steli fecero capolino delle teste, forse di ragazzine o qualcosa di simile. Sembrava giocassero a nascondino, sembrava che lui dovesse trovarle: cominciò a correre, ridendo anche lui, e cercava di prenderle ma senza riuscirci, e mentre loro scappavano, lui osservava le loro vesti bianche che ondeggiavano come se fossero nell’acqua. Continuavano a ridere divertite, e le loro risate facevano eco come se si trovassero in una grotta, poi Francesco, sfinito, cadde a terra. Tutto tornò ad essere sfocato, poi pian piano si fece più chiaro. Quelle piccole creature, sdraiate per terra, mangiavano dei bei frutti con il respiro ancora affannoso, come per rifocillarsi dalle grandi corse. Un vento dolce e leggero portava a spasso i pollini, e per quanto dolce e leggero fosse, avrebbe deciso lui dove si sarebbero infine posati. Più in là si vedeva un ruscello d’acqua limpida e tersa, che finiva in una piccola cascata che non emetteva alcun genere di rumore, era una cascata silenziosa! In effetti, in quel posto non c’erano rumori, tutto era muto, era silenzio. L’unica cosa che Francesco percepiva appena era il battito del proprio cuore. Ma i suoi occhi s’eran fatti più grandi, come per osservare meglio ciò che stava accadendo. Uno di quegli esseri, dai lunghi capelli castani e la bocca rossa bagnata dal succo di uno di quei frutti, cominciò a fissarglieli curiosa. Lentamente si avvicinò, a quattro zampe, e si fermò solo quando il suo volto si trovò a pochi centimetri da quello del ragazzo, continuandolo a fissare con occhi ancora più sbarrati. Poi lei chinò il viso, guardò le sue mani e le alzò. Con le dita gli chiuse delicatamente le palpebre, e baciò ogni occhio. Quando Francesco li riaprì si ritrovò sul prato, con i fiori lì accanto a lui, tornati della loro grandezza naturale: ora però era la luce della Luna ad illuminare i candidi petali. Scrollò la testa, prese la bici e corse verso casa. Le prese di santa ragione, per il ritardo: la notte, nel suo letto, nonostante il dolore delle cinghiate, era felice, e si addormentò.
Il giorno dopo avvisò la mamma che dopo la scuola avrebbe giocato a calcio con gli amici, e che avrebbe fatto un po’ più tardi, e la mamma, che si sentiva un po? in colpa per le botte del giorno prima, acconsentì. Così, dopo aver finito le lezioni, Francesco tornò dai ?suoi? fiori. Ne mangiò ancora un petalo, e tornò in quel posto fantastico a giocare con le creaturine sue amiche.
Così continuò per qualche anno: la gioia di conoscere un posto tanto bello lo rese più sicuro di sé, ed anche i suoi compagni presto si accorsero di lui, forse proprio perché ora non gli interessavano più; inoltre, crescendo, divenne un ragazzo davvero molto carino: tanto bastò per renderlo popolare nella sua scuola. Ora che il suo aspetto era accettato dai compagni, le cose che prima agli altri apparivano buffe, d’improvviso si fecero particolari ed affascinanti.
Aveva ormai sedici anni, Francesco, quando un pomeriggio d’Estate andando dai quei fiori che mai morivano, si accorse della presenza di una bellissima ragazza. Lei, seduta all’ombra di un albero, scalza, con il vestito un po? tirato su per vincere il gran caldo, aveva un fiore in mano. Francesco le si avvicinò e la guardò, senza dire nulla: lei, come lo vide, si alzò, gli sorrise e gli diede il fiore che teneva nelle sue manine. Poi andò via. Mentre lei si allontanava, lui continuò a guardarla: la sua andatura era così particolare, come se una delle sue gambe fosse leggermente più corta dell’altra, qualcuno avrebbe pensato fosse buffa, ma lui invece venne colpito da ciò, oltre che da tutto il resto. Non mangiò il petalo quel giorno, si poggiò sotto l’albero dove si era riposata lei, e continuò a pensare alla ragazza. Il giorno successivo la ritrovò lì: lei, accortasi di lui, lo guardava e Francesco, facendo finta di nulla, le si sedette accanto. Poi si girò e la guardò anche lui: lei fece lentamente cadere la testa all’indietro appoggiandola sul tronco dell’albero ed allungando il collo chiaro, spostando il suo sguardo verso il cielo. Lui, come aveva visto fare una volta, le chiuse gli occhi e glieli baciò, poi le baciò la bocca sottile e morbida. E nella sua bocca ritrovò il sapore dei petali, e la stessa sensazione di capogiro. Subito dopo il bacio, lei sorrise, e, come aveva fatto il giorno prima, se ne andò senza dir nulla.
Si incontrarono così tutti i giorni, per lungo tempo… Lei, che si chiamava Rosa, gli fece dimenticare i suoi fiori bianchi: era una pittrice ed ogni giorno andava per i boschi a disegnare e dipingere i paesaggi più belli. Lui a volte la seguiva, osservandola mentre cercava il soggetto e poi, con il carboncino, prendeva le proporzioni e cominciava a disegnare come rapita, come se lui non fosse più li. I suoi occhi diventavano strani, sembrava che nemmeno vedesse quello che stava disegnando: solo all’inizio lei lo scrutava, poi dopo un po? si lasciava andare alla sua fantasia, e quasi mai l’opera alla fine era un ritratto. Prendeva solo lo spunto, ma poi immaginava…
Era un pomeriggio d’autunno quando Rosa, mentre camminava fra gli alberi, sentì un profumo dolcissimo, magnifico. Come un segugio, lei fiutò quell’odore, per cercarne la fonte. E giunse ai fiori bianchi: ne mangiò un petalo ed entrò in quel luogo segreto.
Nessuno seppe più nulla di lei…

Grazie, Fayol!

Ottobre…arriva Halloween!!!

4 Ottobre 2005 6 commenti


Dolcetto o scherzetto?
Una tradizione molto famosa che riguarda Halloween è quella del “Trick or Treat”.
Questa deriva da una pratica europea del IX secolo d.C. quando i Cristiani, vagando di villaggio in villaggio, bussavano di porta in porta chiedendo il “pane d’anima”, un tipo particolare di pane a forma quadrata con l’uva passa. Da qui il termine inglese “souling”, che potrebbe essere tradotto come “elemosinare anima”. In cambio di questo pane i Cristiani promettevano di pregare per i morti di quella famiglia, e più pane d’anima avrebbero ricevuto, più avrebbero pregato.
Se non avessero ricevuto niente, non avrebbero pregato.
La preghiera per i morti era molto importante, anche se fatta da sconosciuti, poiché in quel periodo si pensava che le anime dei morti vagassero nel limbo, e che più preghiere fossero state rivolte a loro, più in fretta sarebbero andati in Paradiso.
Da questa tradizione, quindi, il nostro “dolcetto o scherzetto?”, recitato dai bambini travestiti di maschere mostruose dopo aver bussato alle porte. E se malauguratamente il padrone di casa sia sprovvisto di qualche caramella, può aspettarsi uno scherzo da parte dei ragazzini….

Il sabbath delle streghe
Non tutte le aree europee praticavano il culto cristiano. Quelle che praticavano culto pagano, e che quindi non avevano riti che riguardassero i morti, credeva nell’esistenza delle streghe e quindi della stregoneria. Uno degli aspetti più importanti della stregoneria era quello dei Sabbath. I Sabbath erano principalmente due: uno il 30 aprile e l’altro il 31 ottobre.
Le streghe si riunivano in cima alle montagne e praticavano delle stregonerie per evocare demoni e diavoli.
La chiesa, che in nessun modo riusciva a sradicare questi culti, nell’835 spostò il rito cattolico di tutti i santi dal 13 maggio al primo novembre, sperando in questo modo di dare un nuovo significato ai culti pagani e di far perdere significato ai Sabbath.
Ma sia il culto pagano delle streghe che quello celtico del signore delle tenebre stentavano a cadere; così fu aggiunto un ulteriore giorno, il 2 novembre, il giorno dei morti, per festeggiare le anime dei cari passati a miglior vita. Così il culto si modificò, pensando che le anime dei cari morti si travestissero da demoni, santi e angeli, e che andassero in giro ad accendere dei falò (il fuoco sacro dei Celti).

I simboli di Halloween
I simboli di Halloween sono tutti macabri e tenebrosi. Sono nati nell’età del pre-cristianesimo e sono tutti del culto pagano. Questi sono per lo più animali, poiché si pensava che gli spiriti malvagi si impossessassero di loro per tornare sulla terra.
Vediamo i più conosciuti.

LA ZUCCA
La lanterna a forma di zucca nasce in Irlanda (originariamente era un cavolo-rapa); usata per illuminare la strada dei cari morti sia dalle streghe, dopo averli evocati, sia dagli abitanti delle città, che sapevano che i loro cari il giorno dei morti sarebbero tornati sulla terra. Inoltre la luce veniva anche usata per sconfiggere il male, i fantasmi e le anime che vagano nel limbo. Queste erano impersonate dai fuochi fatui – quelle fiammelle viste in lontananza, senza spiegazione.

IL PIPISTRELLO
In molte culture il pipistrello è collegato alle streghe e alla morte per diversi motivi. Il primo era quello che portava a pensare che il pipistrello fosse malvagio poiché viveva nelle caverne e volava solo di notte; inoltre si dice fosse usato nelle pozioni di magia nera dalle streghe che evocavano il diavolo.

IL GUFO
Vedere o sentire un gufo, per alcuni, è ancora fonte di paura o pensiero di malaugurio, proprio perché si pensa che sia la personificazione delle streghe che, trasformandosi in gufo, potevano vagare indisturbate. Associazione valida anche per l’antica Roma, ove il gufo veniva chiamato “STIX” (strega).

IL RAGNO
La tradizione vuole che il ragno sia portatore di cattive vibrazioni, capace di fare del male anche stando solo vicino alle persone. Le streghe infatti non utilizzavano (al contrario di ciò che si dice) zampe di ragno per le loro pozioni.
Nell’età moderna, invece, il ragno è considerato un portafortuna e un portatore di creatività.

IL GATTO NERO
Il gatto, venerato e considerato sacro in Egitto, veniva associato al diavolo e, tutt’ora, un gatto nero che attraversa la strada è una delle superstizioni più conosciute e temute.
Nel Medioevo anche i gatti, dotati di poteri psichici ed esoterici, furono accusati di prestare il corpo al diavolo, tanto da essere bruciati assieme alle streghe nei roghi.

FANTASMI E SCHELETRI
Sono la classica associazione per eccellenza, poiché rimando diretto alla morte e al ritorno sotto forma di spirito. Contrariamente a quanto si possa pensare, non sono però simbolo di morte per il pre-paganesimo, ma di reincarnazione, poiché la morte in realtà non è una fine, ma un passaggio ad un altro stato, che ci conduce alla rinascita, in un ciclo perpetuo.

IL MANICO DI SCOPA
Il manico di scopa è per eccellenza il mezzo di trasporto che le streghe usavano per volare. Veniva cosparso di un unguento a base di erbe velenose che permetteva al manico di scopa di prendere il volo. Anche ora una scopetta di paglia dietro la porta è simbolo magico, poiché spazza via tutto ciò che ci può essere di malvagio in casa.

La Luna Rossa di Ottobre…

2 Ottobre 2005 1 commento


La Luna di Ottobre è denominata Luna Rossa.
In questo periodo, come i nostri antenati, dovremmo ricordarci di celebrare i prodotti della Natura: cogliere un frutto o cibarsi di un ortaggio significa, comunque, attingere ai doni della Madre Terra.
Durante la Luna di Ottobre si possono usare i semi di mela per gli incantesimi di amore; le bucce di limone per invocare protezione e gli ossicini per ottenere forza ed energia.

Per festeggiare la luna rossa:

- Indossate abiti di colore rosso

- Usate candele rosse e incensi alla fragranza di cannella, noce moscata e zenzero

- Fate decorazioni con foglie autunnali, granoturco, mele e zucche

- Consumate succo di mele, vino rosso e biscotti allo zenzero

- Mettete una candela rossa sulla finestra

- Se avete un animale domestico coccolatelo e copritelo di attenzioni, ricordandovi di farlo per tutto l?anno

- Fate una collana con semi di frutti, ammorbiditi a bagnomaria

Buona Luna Rossa a tutti da SoleLuna!